Il mensile New Internationalist (Ni), realizzato da una cooperativa editoriale, ha come sottotitolo «Persone, idee e azioni nell'impegno per la giustizia globale». Un nuovo internazionalismo, radicale e pratico. Il numero quasi monografico intitolato «Climate justice» (giustizia climatica) è uno strumento di conoscenza e azione utile e chiaro (per acquistarlo: www.newint.org ). L'analisi del NI parte dalle tre ingiustizie collegate al caos climatico: il riscaldamento globale ricade e ricadrà in primo luogo sulla testa dei più poveri; i più colpiti sono e saranno soprattutto quelli che non hanno provocato il fenomeno e che non possono fare granché per fermarlo; infine, i responsabili (irresponsabili), paesi o imprese che siano, non pagano. Invece, i principi della giustizia climatica sono quattro. Primo. I ricchi (paesi e gruppi sociali) si assumono le proprie responsabilità, ovvero 90% di tagli alle proprie emissioni al più presto e comunque entro il 2050, fine di sovrapproduzione e iperconsumo, sostegno finanziario a titolo di restituzione del debito ecologico al Sud del mondo che dovrà affrontare anche enormi costi di adattamento. Secondo. Lasciare il più possibile i combustibili fossili sottoterra bloccando alla fonte le emissioni, e cambiando dunque i modelli energetici, produttivi e sociali. Terzo. Eguale accesso alle risorse del pianeta: terra, energia, acqua, foreste. Quarto. Operare la transizione verso una società a emissioni zero o quasi che protegga diritti dei popoli, lavoro e benessere di tutti.
Molte invece le false soluzioni che il Ni smaschera. Oltre alle costose, elitarie e non immediatamente attuabili opere di «geoingegneria», e alla «carbon tax» che ha dato risultati limitati, c'è l'iniquità del meccanismo di Kyoto («Grandfathering of Kyoto Targets»), per il quale le ridottissime riduzioni delle emissioni erano previste a partire dai singoli livelli nazionali del 1990: un modo per assicurare la perpetuazione della disuguaglianza. No anche al solito mercato delle indulgenze: l'«Emission Trading», mercato dei diritti di emissione che il Ni propone a tutti gli attivisti di screditare e che purtroppo potrebbe essere la via principale per i ricchi paesi industrializzati di arrivare a rispettare gli eventuali obblighi di riduzione senza dover rivoluzione l'economia e la vita. Il che potrebbe stravolgere il meccanismo «Redd» (Riduzione delle emissioni dalla deforestazione e dal degrado delle foreste) come ha fatto con il «Cdm» (Meccanismo per lo sviluppo pulito).
Un sistema equo deve invece essere basato sulle emissioni pro capite (la «Contrazione e Convergenza» del Global Commons Institute), conteggiando le responsabilità storiche (debito ecologico) e la capacità di pagare. Il G77 - in realtà 130 un po' confusi paesi in via di sviluppo - e alcune associazioni hanno parlato di Greenhouse Development Rights, meccanismo per il quale la responsabilità dell'azione climatica sarebbe assegnata ai paesi anche sulla base della percentuale di cittadini miseri o ricchi essi hanno; ciò assicurerebbe che le ormai estese elite del Sud non siano esclude dagli oneri. I I G77 hanno anche chiesto che i paesi ricchi finanzino a mò di restituzione un «Fondo globale per l'adattamento e la mitigazione». Una nuova proposta è poi il «Kyoto 2»: qualunque compagnia estrattiva di combustibili fossili dovrebbe acquistare permessi di emissione, con un tetto massimo abbassato ogni anno. Il ricavato sarebbe gestito dall'Onu per proteggere le foreste, pagare le misure di adattamento dei paesi poveri e fare la rivoluzione della sostenibilità. |