Albo Virtuale

Bandi
Atti

Login

 
Swat, la valle dell'inferno PDF Stampa E-mail
giovedì 21 maggio 2009
 La parte più dura deve ancora arrivare, ammettono gli alti quadri militari in briefing riservati. «L'esercito non controlla i centri urbani, il capoluogo Mingora e altre aree sono in mano ai taleban e i militanti uccisi sono molti meno di quel che dicono i comunicati ufficiali» afferma il gruppo Aryana, unica missione di monitoraggio indipendente a raggiungere finora la zona di guerra Gli sfollati dalla zona dei combattimenti sono ormai due milioni Come in ogni guerra, le notizie «dal fronte» sono una battaglia a sé. Il servizio di «relazioni pubbliche interforze» dell'esercito del Pakistan emette bollettini quotidiani sull'operazione militare in corso nella valle di Swat e alcuni distretti adiacenti, la zona nota come Malakand, nella provincia della Frontiera di Nordovest: è l'operazione lanciata nei primi giorni di maggio contro i «Taleban pakistani» insediati in questa zona montagnosa, relativamente distante dal confine con l'Afghanistan - e relativamente vicina, invece, alla capitale Islamabad e al Punjab, cuore del Pakistan.

 

Ieri, ha dichiarato il portavoce, altri 16 taleban sono stati uccisi e 3 soldati sono caduti («hanno abbracciato il martirio», è il linguaggio ufficiale). L'esercito «sta consolidando le sue posizioni» nella valle: segue minuzioso elenco di scontri, villaggi rastrellati, zone «ripulite», vie di rifornimento interrotte. L'esercito afferma che i taleban nella zona sono circa 4.000 uomini (l'esercito ha mobilitato 15mila soldati con appoggio aereo); nei suoi bollettini parla di un migliaio di taleban uccisi dall'inizio dell'offensiva, e afferma di aver distrutto i loro principali campi fortificati: in particolare la roccaforte di Mullah Fazlullah, il comandante in capo del «Movimento dei Taleban del Pakistan», nella valle di Peochar. L'esercito afferma inoltre di aver ripreso «all'80 per cento» il Buner, distretto adiacente allo Swat (ma più vicino a Islamabad).
Anche i taleban intervengono nella battaglia delle notizie: il loro portavoce, Muslim Khan, è in contatto telefonico quotidiano con le agenzie di stampa straniere. Ieri ha dichiarato alla Associated Press che combatteranno «fino all'ultimo respiro per imporre la legge islamica» e che si preparano alla guerriglia urbana - ma non è entrato in dettagli su vittime e controllo del terreno.

Questi bollettini vanno incrociati con le notizie portate dagli sfollati, che continuano a fuggire (le autorità ora parlano di un milione e mezzo di persone sfollate dal 2 maggio, che si aggiungono con quanti erano già fuggiti con le prime operazioni militari in agosto: 2 milioni in totale).

Poi ci sono le notizie raccolte dall'unica «missione di monitoraggio» indipendente che abbia finora raggiunto la zona dei combattimenti. Si tratta di un gruppo di ricercatori del «Aryana institute for regional research and advocacy», un gruppo non governativo con sede a Islamabad che da alcuni anni fa un lavoro di informazione e difesa dei diritti umani nella provincia della Frontiera e nelle «zone tribali», i distretti semiautonomi amministrati dai clan pashtoon. «Siamo riusciti a raggiungere la valle la settimana scorsa approfittando dei momenti in cui l'esercito allentava il coprifuoco per lasciar sfollare i civili», spiega Khadim Hussain, uno dei coordinatori dell'istituto: «Ci aiuta il fatto che siamo tutti della provincia, alcuni di noi sono originari dello Swat: conosciamo terreno e persone».
Ebbene? «Possiamo confermare che l'esercito ha distrutto tre campi d'addestramento dei taleban», presso le cittadine di Mingora, Kwazakhela e Matta (il capoluogo e due dei principali centri urbani della vale di Swat). Il gruppo di osservatori è entrato nella valle dalla via più impervia, attraverso il passo di Shangla e la cittadina di Kwazakhela, per poi discendere la valle a tappe, unendosi infine ai civili in fuga. Il campo presso Kwazakhela, spiega Hussain, era ben organizzato: i taleban avevano ripulito una zona di foresta per costruirvi baracche, avevano trincee e fortificazioni, hanno minato la strada di accesso.
«L'esercito afferma inoltre di aver ucciso mille taleban: noi possiamo confermarne circa 200», continua Khadim Hussain. Spiega: la gente del luogo conosce i taleban, sa riconoscere un miliziano da un abitante rimasto ucciso magari nei bombardamenti dell'esercito. «Possiamo dire che gran parte dei morti sono in effetti taleban, e che le vittime civili sono state molto poche», mentre sono massicci invece i danni a case e infrastrutture. Tra i morti presso Kwazakhela ci sono almeno due dirigenti dei Taleban: tale comandante Yamin e tale Rashid, capo del dipartimento di intelligence». Molti abitanti sono ancora bloccati nella zona delle ostilità - o almeno lo erano qualche giorno fa. «Infine, possiamo smentire che l'esercito abbia il controllo dei centri urbani: non è così, i taleban controllano sia il capoluogo Mingora, sia Kwazakhela e altri centri». In effetti da diversi giorni i bollettini militari parlano di combattimenti ai bordi di Mingora, e ieri il portavoce dell'esercito ha indirettamente ammesso, annunciando che i militari sono pronti ad affrontare i taleban in una guerra urbana. In un breefing riservato ai direttori dei giornali, alti ufficiali hanno ammesso che la parte più dura della campagna dello Swat deve ancora arrivare.
 
La missione di questo piccolo gruppo di ricercatori-attivisti è importante, perché è la prima fonte «indipendente» a raccogliere qualche notizia sul terreno. E non si tratta certo di «fiancheggiatori» dell'esercito: «E' da otto o nove anni che osserviamo la progressiva talebanizzazione in questa provincia. Li abbiamo visti arrivare, abbiamo sentito quando tre anni fa il mullah Fazlulah ha cominciato a lanciare proclami dalla sua radio. Era evidente che i militari li hanno lasciati fare», dice Khadim Hussain accalorandosi. E' vero: numerosi attivisti sociali in diverso modo impegnati nello Swat, con progetti di welfare o di istruzione per la bambine, denunciavano già nel'estate del 2007 il progressivo ingresso dei taleban nella zona.
Non solo. L'accampamento di Kwazakhela, le trincee e le mine lungo le strade, spiega Hussain, sono sviluppi recentissimi: «Tutto questo l'hanno fatto dopo gli accordi di pace» firmati in febbraio dal governo della provincia (a nome di quello centrale di Islamabad) e dall'anziano mullah Sufi Mohammad, storico capo di un movimento che si batte per instaurare corti della sharia nel Malakand (a nome dei taleban, cioè del loro capo, suo genero, Mullah Fazlullah). Quegli accordi, in cui il governo concedeva a Sufi Mohammad di instaurare le «corti locali» per amministrare la giustizia islamica in cambio del disarmo delle milizie (e dell'impegno a rispettare le scuole femminili e le ong sociali), erano stati criticati da diverse voci in Pakistan: lo stato abdica la sua sovranità su una parte del territorio nazionale, si diceva, e oltretutto permette ai taleban di rafforzarsi.

La concessione aveva inoltre fatto infuriare gli alleati occidentali di Islamabad, a cominciare dagli Stati uniti. Infine, proprio quegli accordi hanno fatto precipitare la guerra. Perché i taleban del maulana Fazlullah non li hanno rispettati - anzi, hanno cominciato a espandersi. In un discorso pubblico, Sufi Mohammad ha fatto scalpore: dichiarava contrari all'islam la democrazia, la costituzione, i diritti umani. E' allora che l'opinione pubblica pakistana si è rivoltata contro i taleban. Ma anche questo potrebbe cambiare se le operazioni dovessero prolungarsi (come sembra), e così anche la sofferenza di 2 milioni di sfollati.

 

Oggi è...

domenica 05 settembre 2010

Sponsor

Situazione Meteo

Foiano di Val Fortore
temperatura: °
Freddo del vento: °
Umidità: %
Velocità del Vento:  
direzione: °
Barometro:  

On-line

Abbiamo 4 visitatori online
Visitatori: 220367