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Gli immigrati nel limbo senza permessi |
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martedì 25 agosto 2009 |
«Non si vive e non si muore». Queste parole, ripetute da quasi tutti i migranti incontrati a Malta, descrivono la situazione di incertezza in cui vivono migliaia di persone ospitate nei «centri aperti» presenti sull'isola. Il governo della Valletta gestisce l'immigrazione in maniera del tutto diversa dall'Italia. Appena i migranti arrivano sull'isola o sono soccorsi in mare dalla marina maltese vengono subito rinchiusi nei cosiddetti «close detention centre» (centri di detenzione chiusi), vere e proprie carceri dove possono rimanere fino a 18 mesi. In molti casi, soprattutto per quanto riguarda i richiedenti asilo, le sbarre del centro si aprono già dopo 6 mesi. Nell'isola esistono 4 «centri chiusi», tre operativi e uno in ristrutturazione. Una volta rilasciati, i migranti saranno ospitati negli «open centre» messi a disposizione dal governo, dove, ufficialmente, in maniera temporanea si può alloggiare senza alcuna restrizione di movimento. Uno dei più popolati si trova a Marsa, a qualche decina di chilometri dalla capitale. Qui i residenti registrati, tutti rigorosamente uomini, sono circa 700 mentre secondo lo stesso responsabile della struttura, il ghanese Ahmed Bugri, sarebbero oltre «1100 le persone che usufruiscono degli alloggi». Il motivo di tale affollamento, spiega Bugri, è che «il centro si trova nel centro dell'isola ed ben collegato da tanti mezzi, è una struttura coperta e non una tendopoli come la maggior parte degli altri centri, e al suo interno ospita dei piccoli bazar e ristoranti, con prodotti tipici dei vari paesi di provenienza, dove i migranti creano un po' di socializzazione». |
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Il Congo si gioca la terra |
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martedì 25 agosto 2009 |
Il governo della Repubblica del Congo ora parla di «misunderstanding», malinteso. Si riferisce ai termini di un contratto in fase di negoziazione con la principale unione di aziende agricole del Sudafrica, a cui Brazzaville darà in concessione parecchi milioni di ettari di terre coltivabili: il governo congolese però ora vuole rivedere l'accordo. Il caso del Congo fa parte di una tendenza ormai molto diffusa da parte di paesi ricchi a procurarsi terra coltivabile comprando concessioni a lungo termine da paesi più poveri, in particolare africani. In questo caso l'acquirente è il Sudafrica, l'economia più solida del continente, con il settore agricolo certamente più moderno e sviluppato. Ma la tendenza alle «acquisizioni di terra su larga scala», per usare un termine asettico («land grab», o «accaparramenti» di terre, secondo una definizione ormai diffusa) ha ormai dimensioni così ampie da suscitare preoccupazione e polemiche. Alla fine di maggio uno studio realizzato dal International Institute for Environment and Development (Iied) per conto della Fao e dell'Ifad, due agenzie dell'Onu per l'agricoltura, era giunto a conclusioni allarmanti: molti paesi africani stanno dando via le loro terre arabili in cambio di poco più che promesse aleatorie di investimenti e posti di lavoro - di fatto quasi gratis. |
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giovedì 16 luglio 2009 |
Banca nazionale del Lavoro, Intesa-San Paolo e Unicredit: sono le principali banche italiane coinvolte nel commercio di armi. Nulla di illegale - intervengono in operazioni regolarmente autorizzate - ma si tratta evidentemente di attivita' da non pubblicizzare troppo, tanto che sono stati gli stessi istituti di credito a chiedere al governo di non rendere pubblica la Relazione del ministero dell'Economia e delle Finanze su esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento, che invece la Voce ha potuto leggere. E le banche armate, sulla scia del grande aumento dell'export di armi made in Italy e sfruttando l'onda lunga dell'aumento delle spese militari sostenuto dal governo di centro-sinistra di Prodi (+ 22% in due anni), hanno fatto grandi affari, triplicando i «compensi di intermediazione» che hanno incassato dai fabbricanti di armi. |
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